Per definizione il paesaggio è una porzione di territorio, considerata dal punto di vista prospettico o descrittivo, per lo più con un senso affettivo a cui si può più o meno associare anche un'esigenza di carattere artistico ed estetico: un paesaggio squallido, melanconico, ridente, pittoresco; dalla finestra si vede un paesaggio incantevole; fermarsi ad ammirare il paesaggio; la difesa, la tutela del paesaggio.

Chissà se il paesaggio si legge o si guarda, le parole evocano immagini, le immagini portano pensieri, ma i paesaggi evocano la vita.
I paesaggi hanno sempre qualcosa da dire, sono custodi della nostra esistenza, essi ci ricordano che prima di qualsiasi altra cosa si deve vivere.
Le fotografie di Sarajevo, chi le ha viste non le dimentica più.
Si inizia escludendo il soggetto, poi i particolari che le compongono, per ricercare la pura espressione dell’oggetto. La mente prima genera un Close up, realizza ingrandimenti confusi e stira i pixel, e dopo torna alla normalità, scioccata dalla brutalità dei chiaroscuri che formano i contorni della materia.
La verità è che dentro l’immagine del male si possono trovare solamente dei mostri. Un collage dell’assurdo, creato selezionando forme con un occhio quadrato. Ma alla fine siamo i noi i mostri e la nostre visioni contorte del reale.
Queste immagini brutali portano la coscienza ad amalgamare il reale al fantastico, per confondere il reale che è stato e quello che sarà.
In questo modo il nostro pensiero si sviluppa dal concreto al favoloso, che sempre più spesso assume più importanza del concreto stesso.
L’arte nasce dall’irruzione di un immagine nella nostra mente, e l’immagine è un’insieme di fenomeni che consentono all'individuo di realizzare un'esperienza della vita, oggi si pensa che tale esperienza razionalizzi l’aspetto artistico, di conseguenza regoli il procedimento creativo, riconducendo l’arte alla ragione portando la metafora nella logica concettuale.
Ma l’immaginazione è un pensiero primitivo, perciò autentico, e per questo bisogna attribuirgli più importanza.
Davanti ad un paesaggio la rapidità del flusso delle notizie e delle immagini non ha rilievo e rimangono quelle visioni originali, quel sillogismo lento e coerente, primigenio.
La fotografia di paesaggio è contemplativa. Ci si ferma guardare a lungo, con intensità e meraviglia, e si finisce per meditare profondamente sulle questioni politiche o religiose che il il luogo si porta dietro.
Così dai landscape emergono voci che bisbigliano, le gioie dei giorni trascorsi che hanno scandito il primo a il dopo.Lo studio del paesaggio ti connette con il territorio e ti fa immaginare gli eventi, creando altre fotografie all’interno della mente. Il territorio trasmette ricordi, non tuoi, rivela quello che le parole non dicono o non hanno il coraggio di rivelare.In questo frastuono visivo le forme del paesaggio sono evocative, creano un dialogo a due, e ritrarle significa riscrivere una storia che vorrebbe nascondersi con la testa tra le gambe.
Questo dialogo binario è una registrazione della forma, un gioco di ombre in equilibrio tra figure e colori in uno spazio e in un tempo che si sciolgono nella mente, creando un’immagine in continuo mutamento anche se apparentemente statica.
Un’immagine che non è un documento ma sempre una metafora.
A Sarajevo tutti trattengono il fiato, anche la natura, da sempre.
La prospettiva oscilla continuamente tra un senso di appartenenza e uno di estraneità.
Ma il paesaggio rende liberi dal bisogno di capirne il problema e pone l’accento su ciò che si vede e non su ciò che si guarda.
Bisognerebbe impadronirsi della visione di un cieco per potenziare l’immagine che ci creiamo nella mente, che poi è quella che restituiamo al mondo con le parole, con la penna, la matita, il pennello o con la stampa.
La vera immagine non è istantanea, la vera immagine è eterna nello spazio e nel tempo ed intrisa di vita, comunica esperienze, sentimenti che sono sempre instabili.
L’istantanea è un surrogato di un’immagine non è essa stessa pura immagine. L’immagine si crea unendo l’esperienza diretta di un luogo ai sentimenti che quest’ultimo sprigiona.
Quindi guardare un paesaggio significa fare un’analisi senza coordinate temporali e la Bosnia è l’esempio che non si può calcolare il futuro, nemmeno se si conosce i presente, “vivere” il paesaggio bosniaco significa assorbire il potere comunicativo di una terra dove la vita si è svolta nei secoli senza compromessi, dove l’’Oriente ha smetto si essere tale ed è diventato solamente Est.
Nella logica della sensazione il problema dell’indagine non è più quello del luogo ma bensì dell’evento. Ed è sull’evento che la modernità interviene a gamba tesa, rendendolo spettacolare e relegando il “luogo” al ruolo di coprotagonista.
L’aggettivo “moderno” oggi rappresenta la superiorità rispetto a quello che già è stato, (non si guarda indietro) mandando in crisi il concetto di comunità e facendo emergere l’egocentrismo come punto cardine della società, in cui sono “tutti contro tutti”, e in Bosnia più che in altri luoghi il vicino è diventato un nemico dal quale guardarsi le spalle.
L’individualità ha sviluppato il sentimento dell’odio e ha seppellito l’amore, e di conseguenza alcune persone devono avere sempre qualcuno o qualcosa (paesaggio) da odiare per sopportare se stesse.
Un paesaggio ha molte letture perché è ambiguo, e solamente ciò che è ambiguo può essere considerato arte. Una lettura che ammette una sola definizione o un sola denominazione del paesaggio è scontata mentre l’arte consente letture in molti versi e differenti direzioni.
Ma spesso l’arte deriva dalla tragicità che la vita porta con se, per questo impariamo di più sulle nostre emozioni dall’arte. La natura è arte, ed è dalla dalla natura che dovremmo imparare a stare al mondo. (quando si dice che l’arte salverà il modo).
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